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Juventus, una squadra senza senso. Mancano anima, identità, gioco, rispetto. E una guida tecnica

Mercoledì 26 aprile, stadio San Siro. Mancano poco meno di 10′ al fischio finale di Inter-Juventus, ritorno della semifinale di Coppa Italia. La formazione di Simone Inzaghi è rilassata in campo, totalmente. Non attacca, si difende il giusto. Perché contro una “squadra” come quella vista ieri sera non ce n’è neanche bisogno. La squadra che ieri sera si è presentata, tra mille virgolette, a Milano, non può definirsi tale. Punto. Un tiro in porta, nel primo tempo con Filip Kostic, poi il vuoto. Un vuoto quasi urtante. Una squadra che ha bisogno del pareggio per arrivare ai supplementari non può comportarsi in un certo modo, provando un irritante giro palla a centrocampo o qualche azione solitaria morta sul nascere. Al fischio finale, le telecamere televisive hanno inquadrato, immediatamente, un bambino con addosso la maglia bianconera mentre versava mille lacrime. Con il padre a consolarlo, quasi sentendosi in colpa per averlo portato a vedere tale scempio.

Ecco, dunque, che le giustificazioni per la Juventus terminano ieri. Perché per alcuni archi temporali, in questa stagione, il club bianconero ha addirittura vestito i panni della vittima, prima con mille infortuni che “avrebbero condizionato qualsiasi squadra”, poi con una penalizzazione che ha falsato una classifica. Ieri sera, però, è come se i mille difetti della Juve si siano palesati. Tutti insieme, senza avviso e con grande fracasso. 

A partire dai calciatori, che sembrano aver perso totalmente quell’identità che aveva contraddistinto la squadra nel decennio vincente. Dalla difesa, molle e superficiale, fino ad arrivare al centrocampo che – a parte Locatelli – non può definirsi centrocampo. E l’ingresso di Paul Pogba, a 10′ dalla fine, è stata la palese dimostrazione che in quel reparto di campo è stato sbagliato molto. “Chissà se il centrocampista francese fosse stato disponibile da inizio stagione”. Ieri, in dieci minuti, la sua presunzione ha fatto perdere alla Juventus due potenziali palle gol. Non si giudica un calciatore da un minutaggio limitato, certo, ma da qualche parte – soprattutto nel caso di Pogba – bisogna pur partire. Si arriva poi all’attacco, forse mai visto così presuntuoso come ieri sera: da Di Maria, che sta ancora contando le palle perse, a Chiesa, testardo nel provare mille sgasate pur sapendo che la sua condizione fisica non gliel’avrebbe mai permesso contro la solida difesa nerazzurra.

Ogni flotta, però, ha un comandante. E questa, sempre più disperata in mare aperto, è comandata da Max Allegri. Anche lui, soprattutto dopo la penalizzazione, è stato addirittura lodato. “L’unico gestore”, “solo lui poteva controllare tale situazione”. Forse è vero. Ma, classifica a parte, c’è molto di più in ballo. E il conto, partito lo scorso novembre, è sempre più salato. Eliminata dalla fase ai gironi di Champions League, fuori dalla lotta scudetto già a dicembre, fuori dalla Coppa Italia. L’unico fiamma in questo fuoco ormai spento è la semifinale di Europa League che, comunque vada, non potrà salvare la Juventus da una stagione fallimentare. Perché va bene essere gestore, ma se poi – in una semifinale di ritorno – viene schierata una formazione totalmente sbilanciata, fuori posizione, allora le critiche non sono tutte gratuite. Zero incisività, zero azioni pericolose, calciatori che non sapevano come e dove muoversi. Infine, come ciliegina sulla torta, la sua glaciale dichiarazione nel post partita di ieri: “Nel complesso abbiamo fatto una buona partita”. Ma in che senso? 

Federico Calabrese

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