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Inter d’Arabia: 3-0 e Supercoppa. Il Milan non è più squadra

Lorenzo Casini, presidente della Lega di A, ritiene che sia stato più triste il Mondiale senza Italia che la Supercoppa Italiana in Arabia Saudita. Oddio, le tristezze sono altre nella vita, però vedere uno stadio con ampi spazi vuoti e tifosi un po’ improvvisati con sciarpe del Milan bianche e rosse o bianche e blu, non è che sia stato proprio il massimo. Fosse stata fatta a San Siro, di certo avremmo avuto 75.000 persone, la genuinità e l’appartenenza dei tifosi e due coreografie da fotografare as usual. 

Sul campo, ha vinto l’Inter, meritatamente. Ai nerazzurri è bastato in fondo un tempo per piazzare i morsi decisivi, arrotondando nella ripresa che doveva presentare un Milan diverso dalla squadra impalpabile e in confusione della prima frazione di gioco e che invece più di qualche tentativo figlio delle giocate individuali, non ha saputo produrre.

Uno dei grandi mali del football è passare in fretta dalle stelle alle stalle: stai a vedere che ora bisogna pure mettere in discussione lo scudetto vinto in maggio, dove molti di coloro che erano a festeggiare oggi sono là a dire che è tutto sbagliato. Ma è pur vero che il Milan sembra essersi fermato al minuto 86 di Milan-Roma, e pare anche essere ancora vestito da babbo Natale, dati i regali di cui tutte le sue avversarie stanno beneficiando.

La squadra di Pioli che aveva vinto grazie proprio al suo spirito di gruppo, squadra non lo è più: Tonali spesso copre le lacune altrui, stasera che ha giocato a basso ritmo tutta la squadra ne ha risentito. Non è un caso che uno dei pochi a salvarsi è Bennacer, uomo in più del Milan di questi due anni, ma inutile continuare a fare discorsi individuali se il calcio è uno sport di squadra. 

I regali, dicevamo: regalato l’angolo del 2-1 alla Roma, regalato il gol al Torino con una palla persa banalmente da Messias che ha innescato il contropiede granata del gol di Adopo, disattenzioni su tutti e tre i gol questa sera, con l’apice raggiunto sul 2-0 di Dzeko. 

Le domande che sorgono spontanee sono sempre quelle: problema di mente o problema di fisico? In una situazione statica come la punizione calciata per il bosniaco, è impossibile parlare di problema di muscoli: disattenzioni, distrazioni, bassa concentrazione. Sulla prima rete tutta la difesa è spostata dalla parte di Hernandez, e Di Marco si infila beato verso l’1-0. Sul terzo gol, pur a partita compromessa, pasticcia Tomori. 

Ma c’è una nuova riflessione che ora preoccupa: se i rossoneri di fatto non si erano sostanzialmente mai fatti mettere sotto da nessuno (la sconfitta di settembre col Napoli fu ampiamente immeritata, lo 0-3 col Chelsea denotava una chiara differenza di altitudine tra i due club), adesso si accende una spia rossa. I primi tempi con il Lecce e in questo derby, hanno visto il Milan annaspare come mai era accaduto.

E poi c’è l’Inter: che tiene la porta inviolata, e questa è già una notizia, riuscendoci però ultimamente con due nobili avversarie come Napoli e Milan. Intendiamoci, non ha vinto per merito di regali altrui: l’approccio alla partita è stato quasi perfetto, cosa già vista più volte in stagione (vedi per esempio Udine e derby di campionato), in partite però poi finite con goleade altrui. 

Zang vince il quarto trofeo da presidente, Inzaghi il suo quarto da allenatore, superando Lippi e Capello in quanto a Supercoppe. Non sarà la Champions League, non sarà quello scudetto che manca per coronare una degna successione di Antonio Conte, ma serve per tenere alte le sue quotazioni, messe in dubbio non appena la sua Inter aveva avuto una involuzione a inizio stagione. Destino che ora tocca a Pioli: ma siamo a gennaio, ed è ancora lunghissima. Non si campa di riconoscenza, ma non si può nemmeno fare i voltagabbana in quattro e quattr’otto. 

Leggi anche: Milan, Pellegatti: “Indiscrezione clamorosa sul secondo portiere”

Stefano Ravaglia

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