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Le dinamiche di gruppo di una squadra che non attraversa un periodo felice

Il professor Emilio Franzoni entra nelle pieghe psicologiche del momento del Bologna terzultimo in A dopo il girone d’andataIl calcio è spesso il regno dei luoghi comuni, e questo articolo si chiude con uno dei più classici, in proposito. L’acquisto di Sansone e Soriano mi ha indotto a buttare giù queste righe. Come in tutte le cose quando il successo o la fortuna accompagnano un percorso virtuoso di un qualsiasi gruppo, sportivo o meno, si sente meno il bisogno di un supporto psicologico impostato come sostegno dei componenti il gruppo stesso. Al contrario, se le cose vanno male e, per una squadra di calcio, andare male significa NON VINCERE. Nel caso del Bologna Calcio la situazione si dovrebbe vedere sotto due punti di vista: il gruppo di coloro che entrano a metà corsa e il gruppo di coloro che hanno costituito, fino a questo momento, l’ossatura della squadra. Nel primo caso nel cosiddetto mercato “di riparazione” normalmente arrivano calciatori che non hanno trovato spazio nelle loro squadre oppure (ipotesi meno frequente) qualcuno che per migliorare le proprie esigenze economiche o per difficoltà comportamentali, ha deciso di cambiare maglia. A proposito sarebbe bello evitare le “commosse” dichiarazioni d’amore per la nuova maglia e per la città che “non merita la Serie B”. Un saluto sommesso, poi sarà il campo a decidere, vedendo l’impegno e la voglia di onorare la maglia. Dunque a Gennaio si prendono giocatori scarsi? Non è assolutamente detto e c‘è una condizione ambientale che può fare una grande differenza: si tratta della voglia di riscatto personale, detto anche “amor proprio”. E’ chiaro che i nuovi debbono giocare appena possibile perché non si demotivino, ma sta anche all’allenatore operare perché ciò non accada. Le new entry si sentono salvatori della patria, spero, orgogliosi di esserlo, ma devono stare attenti a farlo in uno spirito di servizio. Infatti qui vengono fuori gli altri, soprattutto quelli i cui ruoli possono essere insidiati dai nuovi arrivi. Ancora una volta l’allenatore che dovrebbe conoscere al meglio i suoi ragazzi avrà il compito di mediare i comportamenti e le relazioni nel gruppo. Inoltre chi fa pare già della squadra si dovrebbe sentire in colpa per come sono andate le cose e ciò potrebbe, paradossalmente, migliorare l’impegno di tutto il team che, come noto, ogni volta che si perde innesca il motivetto: “dobbiamo lavorare di più…” Ma fino ad oggi cosa avete fatto?

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