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Milan, da Allegri a Pioli è sempre un bel primo maggio

C’era il sole, come ieri, c’erano 70 mila persone, come ieri. A San Siro domenica è andato in scena una sorta di remake undici anni dopo: il primo maggio 2011 il Milan, in mano a Massimiliano Allegri, ospitava il Bologna in campionato e avrebbe potuto già coronare il sogno scudetto. Ma l’Inter, il giorno prima, vinse a Cesena vanificando in partenza le speranze per quella domenica di gioia soffocata. Il titolo arrivò sette giorni dopo all’Olimpico, dopo lo 0-0 contro la Roma. Il Milan quella partita la vinse, con il gol di un francese ex Arsenal, Mathieu Flamini, e questa volta ci ha pensato Leao, nell’altra porta, a dare una spinta alla macchina rossonera sempre più vicina al traguardo scudetto. Così come i rossoneri, anche l’Inter è ancora pienamente in corsa, in barba a chi sosteneva che il ko di Bologna l’avesse demoralizzata. Tutto da vedere e il calendario quasi sorride di più ai nerazzurri che ai rossoneri.

Il Milan, rispetto alle ultime uscite, si è rinsavito già nel secondo tempo con la Lazio, e con la Fiorentina ha divorato una notevole quantità di palle gol. Resta però l’evidente imprecisione dell’ultimo passaggio, il ritmo lento e compassato, le numerose palle perse e la mancanza di uno spunto lucido e concreto sotto porta. Passi per l’errore di Giroud, sono più grossolani i passaggi a vuoto di Hernandez e soprattutto di Leao, che all’altezza del dischetto, a porta spalancata, ha spedito alle stelle. Pioli più volte si è lamentato della mancanza di freddezza davanti alla porta, un tallone d’Achille che pervade ancora un Milan privo di una punta da 20-25 reti a campionato: fosse al centro dell’attacco milanista, a quest’ora il discorso scudetto sarebbe probabilmente chiuso.

Allegri si affidava a tutt’altro Ibrahimovic, trovando in lui la chiave della manovra: portar fuori gli avversari e mandar dentro i centrocampisti, con Boateng, Nocerino e anche lo stesso Flamini, che andavano a nozze con quel sistema di gioco. Undici anni dopo Ibrahimovic c’è ancora, ma non più al centro della scena. Il dolore per la scomparsa di Raiola non ha offuscato la sua professionalità nel prender parte alla contesa nel secondo tempo, acclamato vita natural durante dal pubblico rossonero. Ma soprattutto, rispetto al 2011, c’è uno schema di gioco diverso, un tappeto verde infarcito di trequartisti che spesso fanno trenta ma non riescono a fare trentuno. Così a scardinare la Fiorentina ci pensa Leao, reo di aver concesso ai viola una ghiotta occasione nel primo tempo dopo un appoggio a centrocampo fatto con una tonnellata di sufficienza. 

Citato Allegri, non possiamo che fare un accenno anche a Capello: i rossoneri che vincevano tutto in Italia con Don Fabio, si affidavano spesso all’1-0. Risultato che gli uomini di Pioli hanno centrato per 7 volte in questo campionato, e per la quarta volta nelle ultime 9 uscite ufficiali. Non vorremmo essere blasfemi, ma forse un parallelismo sulla solidità di tutte e due queste squadre può starci, anche perchè il Milan rischia poco e quando lo fa trova le manone di Maignan. Parate decisive su Barrow, Vojvoda e Cabral: Bologna, Torino e Fiorentina sono state fermate anche grazie a lui, se è vero che a un portiere basta una parata decisiva in 90 minuti per poter essere eroe di giornata. 

L’altra faccia della medaglia però rivela un Milan pimpante solo a tratti e che ha perso le trame di gioco sinuose della prima parte di stagione. Occorre fare di più e meglio, sin dalla trasferta di Verona. Che spesso sarà stata anche fatale, ma che nel 1987 ha regalato una vittoria decisiva per lo scudetto sacchiano, e nel 2002 per il quarto posto del Milan di Ancelotti, primo mattone verso la Champions del 2003. 

LEGGI ANCHE: Franco Ordine: “Il Milan un modello da seguire”

Stefano Ravaglia

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