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Retroscena sul caso Djokovic: il campione reticente e gli australiani divisi

 

Una call via Zoom. I vertici del tennis (ITF, ATP e WTA, cioé Federtennis internazionale e "sindacati" maschile e femminile dei giocatori) incontrano circa un mese fa i manager degli atleti più rappresentativi – tra questi è possibilissimo ci fosse l'agente italiano di Nole Djokovic – e dettano loro le regole legate alla pandemia e alla partecipazione ai tornei.

Ricostruiamo un attimo gli incroci medico-tennistici degli ultimi due anni del numero uno del mondo. Giugno 2020, Adria Tour, da lui organizzato, contrae il virus. Assieme a lui alcune giovani star come Dominik Thiem e Sasha Zverev. A ottobre 2021, dichiarandosi stanco, non prende parte al torneo di Indian Wells. Nessuna motivazione viene fornita.

L'Australia richiede per accedere al suo suolo un tampone PCR contenente tracce di anticorpi successivo al 31 luglio 2021. In parole povere, la prova provata che l'atleta o è vaccinato oppure ha contratto il Covid negli ultimi 180 giorni. 

Come spiega oggi il Corriere dello Sport, presentata idonea documentazione, l'approvazione della richiesta di esenzione passa attraverso due gruppi di medici.

Il primo è composto da specialisti in immunologia e trattamento delle malattie infettive, e il secondo dai membri dell'Independent Medical Exemption Review Panel. Entrambi sono stati chiamati a valutare se le informazioni mediche fornite dai giocatori interessati consentissero la concessione dell'esenzione in base alle linee guida dell'Australian Technical Advisory Group on Immunisation (Atagi, ovvero il CTS aussie). 

Ribadiamo: le indicazioni prevedono che possano entrare in Australia anche persone non vaccinate solo in casi specifici. Ad esempio, se hanno sofferto di gravi patologie con annesso ricovero in ospedale o subito una grossa operazione, se hanno contratto il Covid e per questo hanno rinviato il vaccino per un periodo fino a sei mesi, oppure in caso di reazioni allergiche gravi dovute ai vaccini qualora non fossero disponibili alternative. 

E' probabile, è perfino intuitivo che il numero uno del mondo abbia contratto il virus per la seconda volta (nel priodo di Indian Wells? Non si può sapere), non abbia avuto piacere – motivazione di ciò le sue convinzioni ideologiche – di rivelarlo anche se ciò sarebbe dovuto bastare a garantirgli una esenzione corretta, giusta e motivata.

A questo proposito, va notato l'insistenza con cui il direttore dello Slam australiano, Craig Tiley, ha incitato Novak a rivelare il motivo dell'esenzione ottenuta. Solo lui, infatti, può violare la "privacy" su sè stesso.

Il respingimento all'aeroporto e le conseguenti polemiche internazionali sono solo un aspetto mediatico e "politico" della questione. 

Il governo centrale australiano non è stato affatto contento che il proprio Stato passasse da dispensatore di favori a personaggi famosi, si è attaccato a una formalità – la application form sbagliata da parte di chi l'ha compilata per conto di Djokovic – e alzando il muro di severità ha fornito un comportamento "esemplare".

Djokovic, probabilmente, non ha voluto raccontare che un No Vax ha contratto due volte il virus, ancorché questo lo avrebbe "salvato": ma la brutta figura verso i suoi "correligionari" non ha voluto farla.

Ora, verosimilmente, farà causa milionaria al governo australiano con chances di vincere. Ma lo sport in generale, il tennis e il suo portabandiera più famoso hanno tutti fatto una evitabilissima ed epocale brutta figura.

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Redazione

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