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L’assurda comodità, di criticare Falletti

Dopo la prima gara da titolare ed alcuni spezzoni poco convincenti, la scure della critica bolognese si abbatte oggi su Cesar Falletti. Un punto di vista sul tema

– di Leonardo Vicari –

Ne sono stato uno dei “detrattori” della prima ora, oggi mi metto dalla sua parte.  Meno di nulla nei confronti del ragazzo e del trequartista; tanto, anzi tantissimo, riguardo al ruolo del quale fu insignito in estate; poi arrivò lo scempio con le riserve del Cittadella e si corse ad ingaggiare Palacio. Probabilmente ancora poco convinti, finché la punta titolare dell’Argentina all’ultima finale mondiale non ha manifestato a Casteldebole come si corteggia un pallone. E lì fu bravo Roberto Donadoni a non farsi andare bene un mercato da neopromossa-che-ci-prova, ma soprattutto “che-ci-spera”. Oggi, Cesar Falletti paga una serie di imposte che tutte in una volta si sono abbattute sulla bolletta della sua carriera, toccando l’apice più salato negli ultimi 8 giorni. Arriva come cambio delle punte, come il Ciccio Brienza che in mezz’ora ti deve svoltare la partita: primo errore temerario, imputabile a chi avrebbe disegnato un Bologna così. Ovvero, misteriosamente dipendente dall’attacco della Ternana.  Al ritorno dall’infortunio il tecnico lo butta nelle mischie senza trarne nulla: a lui non riesce alcuna giocata, mai, e la squadra in quelle condizioni di perenni ed affannati tentativi di recupero non lo aiuta di certo. Il Mister lo rimbrotta in conferenza stampa, si aspetta serpentine, colpi e gol: come al Liberati. Come in Serie B.  Lui non ce la fa. È molto ingrato vederlo così spaesato: che non sia Ciccio Brienza diventa chiaro, ma non è neppure una sconsolante macchietta capitata per caso ad una partitella tra amici dopo pranzo.   A gennaio la miglior soluzione teorica, in un reparto che si arricchisce dell’arrivo di Orsolini, della guarigione di Avenatti e della permanenza di Verdi, sarebbe lavorare per riuscire a piazzarlo da qualche parte: solo così Cesar avrebbe il tempo e lo spazio per toccare la palla, riabituarsi ai contatti ed imparare a fare l’esterno. No, resta anche lui e parte Okwonkwo: cioè, rimane quello che non è stato in grado di saltare un uomo, se ne va l’altro che l’aveva buttata dentro 3 volte da subentrato. L’ennesima scommessa.  Falletti è un fantasista che sa pressochè solo partire dal centro, a Terni lo sanno tutti e diventa dura trovargli posto in una formazione che gioca col 4-3-3 pressoché sempre. O con un centrocampista a fare da raccordo tra la mediana e l’attacco. A Milano viene scelto per rimontare, scalzando incredibilmente nella gerarchia il maggior realizzatore a disposizione: una responsabilità che non è in grado di reggere e che non gli andava data. Sbaglia un colpo di testa con goffaggine, inciampa, fa confusione ed una figura bruttina. Non è il suo palcoscenico San Siro, non lo è neanche il Dall’Ara in una tremenda domenica di pioggia fitta e balorda. Si pretende faccia il Giaccherini, gioca ancora in fascia dove non c’entra niente e non centra niente: si sbatte, prova, perde palloni, stizzisce incolpevolmente un pubblico che lo eleva a simbolo della mediocrità dello spettacolo. Esce quasi deriso da una partita che non faceva per lui, ma se chiedete al tecnico il perchè delle sue proprie scelte lui strabuzzerà gli occhi e risponderà piccato. Come sempre quando gli si chiede conto delle scelte. Sempre.   Cesar Falletti paga la disabitudine e l’eventuale inadeguatezza ad un calcio di livello superiore, ma essere tramutati nella vittima di qualcosa di più grande di sé non lo merita. Nè lui nè nessuno.

Leonardo Vicari

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