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Ronaldinho dice addio: il saluto di uno dei calciatori più forti della storia

Il Gaucho dice addio al calcio giocato all’età di 37 anni: saluta uno dei calciatori più forti della storia, capace di incantare il pubblico a suon di magie

– di Calogero Destro –

Minuto 60 di Real Madrid-Barcellona. Deco apre con l’esterno sulla sinistra per il numero 10 in maglia azulgrana, che prende velocità ed evita l’intervento in scivolata di Sergio Ramos, poi entra in area, fa secco Helguera come se fosse un birillo e brucia Casillas sul primo palo. Al 77′ quell’incontenibile 10 replica, partendo ancora dall’out mancino: Ramos si aspetta che rientri di nuovo sul destro, ma il brasiliano sceglie la direzione opposta, lasciandolo sul posto con un gran gioco di gambe e bucando ancora il portiere dei blancos, stavolta con una piattone a incrociare. Pochi minuti dopo Rijkaard gli concede la meritata passerella. Tutto il Bernabeu si alza in piedi per applaudire Ronaldo de Assis Moreira, sancendo probabilmente il momento più alto della sua carriera. Nato 37 anni fa in un  difficile rione di Porto Alegre, Ronaldinho ha segnato il calcio dei primi anni 2000. Tra il 2003 e il 2006 è stato, a mani basse, il giocatore offensivo più forte – e determinante – del pianeta. Ieri la notizia del suo addio al calcio, annunciata dallo storico fratello procuratore Roberto De Assis, a O Globo: “E’ finita, ha smesso. Faremo qualcosa di grande e bello dopo la Coppa del Mondo in Russia, forse in Agosto. Faremo alcuni eventi in Brasile, Europa, Asia. E di certo vogliamo fare una partita con una selezione del Brasile“. In realtà, dopo la rescissione consensuale con il Fluminense di un anno e mezzo fa, il Gaucho era a tutti gli effetti un ex calciatore, che si dilettava in giro per il mondo – con qualche chiletto in più rispetto agli anni migliori – in della partite d’esibizione. Devastante quando partiva in progressione, ammaliante quando accarezzava il pallone. Un calciatore completo, che ha vissuto le stagioni più esaltanti al Barcellona (2003-2008), club col quale ha vinto la cinquantesima edizione del Pallone d’Oro nel 2005, la Champions nel 2005/06, due edizioni della Liga (04/05, 05/06)e due Supercoppe di Spagna. Prima della storia d’amore con la Catalogna, il fantasista carioca aveva cominciato ad incantare, tra il 2001 e il 2003, il pubblico parigino del Parco dei Principi. Poi l’approdo alla corte del presidente Laporta: 98 gol e 52 assist in 198 partite con la casacca balugrana. Mes que un club anche per Dinho, probabilmente. Il brasiliano si vide però chiudere la porta in faccia nella stagione 2007/08, quando un certo Leo Messi lo scalzò definitivamente dal trono, destinandolo al Milan. In Italia, il funambolico Gaucho, non fu certo quello visto in Spagna. Ma i tifosi rossoneri – che lo ricordavano ancora per quel pallone incredibile con cui mandò in porta Giuly, a San Siro, nella semifinale del 2005 – poterono goderne l’altalenante genio ancora per un paio d’anni. Infine il ritorno in patria, dov’era già stato profeta, tra il 1997 e il 2001, con la maglia del Gremio. Poco prima della definitiva consacrazione con la Selecao, in compagnia di altri grandi califfi del pallone carioca (Ronaldo, Rivaldo, e qualche altro discreto) nel 2002, con la vittoria della Coppa Mondo, che andava ad aggiungersi alla Copa America conquistata in Paraguay nel 1999. Dunque la Libertadores, sempre da protagonista, con l’Atletico Mineiro, l’avventura in Messico, il colpo di coda al Fluminense, e adesso l’addio. Un ragazzo venuto dal Barrio: sorriso contagioso e leggero, di chi è uscito dalla tempesta dopo averne passate tante. E danza nel sangue: capace di piazzare una puntata senza senso in un angolino di Stamford Bridge, ma solo dopo qualche passo di samba su una sfera immobile, che attendeva di essere accarezzata come solo lui, Ronaldinho Gaucho, avrebbe saputo fare.

Calogero Destro

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