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Meteore calcistiche: che fine ha fatto Alessio Cerci?

A un certo punto Alessio Cerci era diventato quasi un “caso di costume” calcistico. Non per quello che faceva in campo (anche), ma per quella frase che ha iniziato a circolare ovunque: “Robben mi ricorda un po’ Cerci”, attribuita a Maurizio Pistocchi ai tempi degli studi Champions. Dell’originale non è facilissimo ricostruire il primo “fotogramma”, ma il senso è rimasto: un paragone diventato meme, ripreso e rilanciato per anni, come succede a certe battute che smettono di appartenere al momento e diventano patrimonio comune.

Eppure, se si torna a quell’estate lì, il 2014, l’idea di Cerci non era affatto quella di un giocatore “da meme”. Era, semmai, l’immagine di un esterno che aveva appena toccato il punto più alto della sua parabola: Torino, numeri pesanti, convocazione azzurra e l’occasione del grande salto.

Estate 2014: Alessio Cerci viene convocato da Prandelli per il Mondiale in Brasile. Poco prima dell’avventura sudamericana (finita male per la nostra Nazionale), l’allora esterno d’attacco del Torino – reduce da una stagione chiusa con 13 gol e 11 assist – firma un contratto triennale con l’Atlético Madrid, che lo voleva come rinforzo per la Champions League. È l’apice della carriera: un treno che passa una volta sola. E infatti, col senno di poi, quel treno non lo porta dove sperava.

Alessio Cerci con la maglia del Milan

Dall’arrivo in Spagna al flop anche al Milan

In Spagna, la sensazione è subito quella di un inserimento mai davvero completato. Cerci trova minuti soprattutto a partita in corso, mette insieme poche presenze in Liga e vive la Champions quasi di sfuggita. Nel suo tabellino resta un gol segnato in Europa, ma l’Atlético – a gennaio – decide di girarlo in prestito al Milan. :

A Milano, però, il copione non cambia: l’idea del rilancio resta più sulla carta che in campo. Qualche apparizione, un’attesa che si allunga, e poi di nuovo altrove. C’è un passaggio al Genoa (dove, paradossalmente, i numeri migliori di quel periodo li trova proprio lì), e poi il ritorno “di servizio” all’Atlético: una stagione vissuta molto più vicino alla panchina che al campo. E intanto quella frase social – “Addio Serie A, andiamo nel calcio che conta” – scritta all’epoca dalla compagna (poi moglie) Federica Riccardi, col tempo assume un sapore quasi beffardo: perché il calcio che conta, spesso, Cerci lo vede da fuori.

Il ritorno definitivo in Italia e la discesa in Serie C

Nel 2017/18 Cerci torna in Serie A con l’Hellas Verona: tre gol, qualche lampo, ma anche la conferma che il motore non gira più come una volta. È l’ultimo tratto in alto del suo percorso italiano. Poi arriva l’estero (Turchia) e un rientro in patria che non lascia tracce felici: Salernitana in B, dieci presenze e zero gol.

L’ultima esperienza da calciatore è quella con l’Arezzo, in Serie C. Anche qui, più ombre che luce: l’addio arriva nella primavera del 2021, con la rescissione consensuale e una separazione che chiude, di fatto, la carriera sul campo così come era stata immaginata.

Da lì, Cerci ha scelto un’altra strada: lavorare con i giovani, rimettere il calcio dentro una quotidianità diversa, più silenziosa. In questi anni si è visto anche in percorsi federali a Coverciano, segnali concreti di una transizione verso l’allenamento. :

In questo nuovo capitolo c’è anche un asse con Gaetano D’Agostino: contenuti, sedute tecniche, lavoro sulle “giovani leve”, una dimensione più artigianale e meno esposta rispetto ai riflettori del passato.

E poi c’è la vita normale, quella che spesso racconta a sprazzi anche sui social: una famiglia con tre bambini, un figlio che – almeno da quello che filtra – sembra già avere l’ossessione buona del pallone, e un profilo Instagram seguito da oltre 200 mila persone, dove ogni tanto riappare il Cerci di oggi: meno promessa da copertina, più uomo che ha capito cosa tenersi e cosa lasciar scorrere.

Oggi Cerci ha 38 anni (classe 1987) e, al netto dei “si dice” che accompagnano spesso gli ex, la sua storia recente racconta soprattutto una cosa: non la ricerca di un’ultima maglia, ma la costruzione di un’identità nuova, lontana dai confronti ingombranti e dalle frasi rimaste incollate addosso per una vita.

R.D.V.

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